Questo sito utilizza cookie di profilazione di altri siti per inviarti messaggi pubblicità in linea con le tue preferenze. Questo sito utilizza servizi di statistiche esterni alla struttura. I servizi di statistiche utilizzano cookie per elaborare i propri dati. L'utente può disattivare i cookie modificando le impostazioni del browser. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca su Informativa estesa. Continuando ad utilizzare il nostro sito accetti l'uso dei cookie e il trattamento dei dati secondo il GDPR. 

Neoimpressionismo

Gli impressionisti avevano tracciato il solco. Occorreva adesso proseguire la ricerca intrapresa. Uno dei primi movimenti che si sviluppa in seguito alla ventata di novità, offerta dall’impressionismo, non poteva che prendere il nome di “neoimpressionismo”.
E' il 1886, l'opera di Georges Seurat dal titolo: "Una domenica pomeriggio all'isola della Grande Jatte", di grandi dimensioni, traduce in modo esemplare la tecnica del Pointillisme, (Puntinismo), nato in Francia tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del 1900. Questa tecnica, che nel suo diffondersi si tradusse in movimento artistico, venne chiamato neoimpressionismo dal critico F. Fenéon,- perché alcuni autori aderenti alla corrente proseguirono le ricerche precedentemente condotte dagli impressionisti sugli effetti di luce-colore. Ma qui non c'è improvvisazione. C'è al contrario una lenta preparazione.
Per realizzare "Una domenica pomeriggio all'isola della Grande Jatte", Seurat, predispose qualcosa come 500 disegni. I quadri venivano realizzati in studio, sulla base di disegni elaborati "en plein air". Occorreva tempo e pazienza per applicare quel metodo, che partendo dallo studio della percezione visiva, si basava sulla divisione dei toni. I colori puri venivano praticamente accostati sulla tela per poi, osservati a distanza, ricomporsi nella unità dei toni. Succedeva che i piccoli tocchi di colore, a distanza non si percepivano più, e si amalgamavano nell'occhio dell'osservatore. Non si tratta quindi semplicemente di un particolare modo di stendere i colori -accostati per piccoli tocchi di pennello senza essere mescolati-, ma di un vero e proprio approccio scientifico al colore. Per raggiungere questo risultato i pittori applicano le nuove teorie scoperte sulla luce e sui fenomeni ottici dei colori. Seurat guarderà con interesse agli studi condotto da un chimico, M.E. Chevreul, che perveniva in quel periodo a dei criteri certi per la classificazione dei colori. Si trattava di comprendere le motivazioni che stavano alla base del principio secondo cui due tinte complementari, accostate, amplificavano la loro luminosità. Si giunse alla teoria del “contrasto simultaneo”. Grazie alle ricerche di Chevreul si comprese che ogni colore, isolato, possiede come una aureola del colore complementare ad esso. Tale fenomeno rendeva pertanto possibile una sovrapposizione di luminosità (e quindi una amplificazione) quando due colori complementari venivano accostati tra loro.

Paola Campanella