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Francesco Borromini

(Bissone, 27 settembre 1599 – Roma, 3 agosto 1667)

Borromini. L'architettura che sussurra

Se l'architettura avesse voce, potremmo dire che quella di  Francesco Borromini sussurra. È un sussurro che che scaturisce dal profondo, capace di colpire la nostra attenzione più di un grido, perchè ci coinvolge per l'armonia spaziale che percepiamo dal sapiente gioco delle forme. Oggi viviamo un tempo diverso, tutto è più veloce e anche l'architettura si è come adeguata a questi ritmi frenetici. L'architettura di Borromini ci insegna che c'è stato un tempo diverso, un modo diverso di concepire gli spazi, che dovevano essere fruiti attraverso un osservare lento e attento, disponibile a recepire la bellezza.
Una bellezza inebriante, quella delle architetture borrominiane, compatibili con il gusto del tempo certo, ma intessute di un sapere antico. L'amore  per le forme geometriche e per i loro reciproci rapporti, è magistralmente espresso in quel meditato calcolo, che si esprime in ogni sua opera.

Le architetture borrominiane mostrano spesso un complesso sistema di intrecci di figure geometriche e sono caratterizzate da ardite intersezioni di superfici e di volumi.   La complessità che ne deriva tuttavia risulta all'uomo comprensibile, perchè di questa stessa complessità l'uomo fa parte. L'osservatore quindi si sente avvolto,  non  solo per il gioco delle forme, ma perchè intimamente comprende di partecipare ad un'unica armonia universale. Un barocco a misura d'uomo, questo potremmo dire dei capolavori borrominiani, che contribuirono a forgiare il volto nuovo della Roma del tempo.
Nato a Bissone nel 1599, il giovane Borromini si forma come semplice lapicida. giI primi contatti con il valore simbolico delle geometrie nascoste, lo apprende probabilmente  attraverso questa sua prima attività, lavorando nei cantieri, tuttavia sarà a Roma che Borromini scoprirà le sue reali aspirazioni grazie ad un clima culturale ricco di stimoli.
A Roma incontrerà Bernini, con il quale entrerà spesso in contrasto tanto da alimentare l'invenzione di numerosi racconti che ancora oggi si riportano ai molti turisti che affollano curiosi i monumentali siti barocchi della città eterna. Se molti aneddoti sono pura fantasia è comunque  vero che Borromini con il suo stile particolare, rappresentò l'altra faccia del barocco romano, tendendo alla massima contrazione spaziale e utilizzando le potenzialità della prospettiva per far concentrare in particolari punti focali la percezione dello spazio.
Della prima architettura borrominiana, San Carlo alle Quattro Fontane, Argan scriverà: “nell'interno della chiesa pone un unico ordine di colonne. Sono volutamente sproporzionate allo spazio ristretto e lo stringono ancor di più; ma la loro forza plastica costringe le superfici a inflettersi, la stessa cupola ovale si direbbe schiacciata dalle curve tangenti degli archi”. Ed in effetti San Carlino, come viene comunemente chiamata, è una architettura diversa, che nasce contrariamente alle altre coeve architetture barocche, non per raccordarsi, ma quasi per rompere la simmetria del quadrivio delle Quatto Fontane, costringendo lo spazio circostante a riformulare le sue precedenti dinamiche.
Le continua alternanze di concavo e convesso evocano il movimento del respiro e riconducono al concetto di armonia universale, che stabilisce nel perpetuo contrarsi ed espandersi, la possibilità stessa della vita. Non possiamo infine trascurare che in San Carlino si manifestano ed interagiscono alcune forme geometriche fondamentali per la comprensione delle armonie del cosmo, e cioè il triangolo, il cerchio e l'ovale. La studiata decorazione interna della cupola vuole che una diffusa luce naturale illumini croci, esagoni ed ottagoni a rilievo, che sembrano voler essere in dialogo tra loro e con gli uomini che da sotto osservano.
In Sant'Ivo alla Sapienza (1642) Borromini perfeziona la direzione intrapresa in precedenza. Questa volta la nostra attenzione è tutta per la forma a spirale della cupola, densa di riferimenti al percorso in salita che l'uomo deve intraprendere per giungere alla perfezione. Suggerisce una forma che ci costringe ad apprezzare la perfezione in una semplice forma naturale, quella di una conchiglia. La forma  della pianta, è certamente simbolica, e induce a riflettere che un luogo sacro può ribaltare i rapporti tra la dimensione terrena e quella celeste. A terra la pianta rimanda alla dimensione divina, in alto la conchiglia al mondo naturale. L'uomo aspira al cielo, il cielo si riflette nella umane aspirazioni, quando queste dimostrano di cercare il sommo grado della conoscenza. Mentre il barocco voleva confondere, le architetture di Borromini vogliono far pensare, e rendere consapevole l'uomo del suo valore all'interno di un meraviglioso disegno cosmico del quale egli stesso fa parte.

 

Paola Campanella - Gennaio 2013