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Quale il “valore” della net-art


Cinema 3D, ricostruzioni di paesaggi virtuali, manipolazioni video ci portano oggi a modificare il nostro modo di vedere le cose senza esserne profondamente consapevoli. Il nostro rapporto di fiducia con il mondo delle immagini è stato del tutto compromesso e oggi non sappiamo più distinguere ciò che è vero da ciò che è virtuale.

Questa è una delle opinioni maggiormente diffuse quando si parla di rivoluzione digitale. Sicuramente l’era digitale ha condotto ad un nuovo modo di percepire la realtà. Tutto ci appare come alterato, ridefinito e ricomposto in una nuova realtà alla quale noi rispondiamo in maniera diversa.

Il nostro modo di rapportarci dipende infatti dall’età che abbiamo, dal nostro riconoscere o meno le potenzialità comunicative dei nuovi mezzi, dalla nostra capacità di vivere gli spazi virtuali.

Ma vediamo come si è evoluto questo processo, in riferimento allo svilupparsi di quelle forme artistiche che oggi sono conosciute con il nome di netart, e che dilagano nel Web, moltiplicandosi quasi all’infinito nel contesto della comunicazione globale.

Le forme d’arte sviluppate con il supporto di tecnologie computerizzate hanno iniziato il loro cammino circa quaranta anni fa. Le prime esperienze comprendevano la cosiddetta videoarte che si è evoluta attraverso l’introduzione di vari sistemi di interattività utili ad un sempre maggiore coinvolgimento dello spettatore, che diventava in alcune forme addirittura parte stessa dell’opera (video installazioni interattive).

La new media art, computer art o arte digitale, ci affascina per i contenuti innovativi di cui è portatrice, ma nello stesso tempo ci costringe ad interrogarci sulla influenza che questo tipo di forma artistica può esercitare sulle opere d’arte tradizionalmente intese. È innegabile infatti che la portata rivoluzionaria di questi fenomeni artistici, che vanno tutti sotto la comune etichetta di arti elettroniche, è enorme come lo sconvolgimento che il computer ed internet hanno già portato all’interno della nostra società.

Bisogna prendere coscienza che si sta assistendo ad un capovolgimento che interessa gli elementi stessi della questione artistica e cioè: l’opera, il suo autore e il fruitore. Prima un opera artistica veniva realizzata da un individuo, aveva una committenza e veniva esposta ad una fruizione collettiva.

Adesso, come nel caso dell’arte elettronica, le opere vengono realizzate prevalentemente da gruppi, mancano di una ben definita committenza e vengono esposte ad alla fruizione soggettiva dell’uomo davanti al computer; anche nel caso delle video-istallazioni interattive realizzate per un pubblico di un museo, la fruizione dell’opera è esercitata da un singolo individuo che attraverso l’interattività si relaziona con essa in modo soggettivo.

La trasmissione televisiva Chetempochefa fa largo uso nelle sua scenografie della grafica digitale.

Oggi, attraverso la tecnologia, siamo in grado di comunicare in tempo reale con persone dovunque esse si trovino, trasmettiamo immagini senza limiti di tempo e di spazio e possiamo modificare un oggetto a migliaia di chilometri di distanza interagendo in un ambiente attraverso il computer; siamo insomma contemporaneamente immersi in diverse realtà e culture, e tutto ciò lo facciamo in maniera estremamente fluida e veloce. Nell’era della riproducibilità, anche genetica, ci chiediamo se ha ancora senso legare il valore di un opera esclusivamente alla sua caratteristica di unicità e quindi al valore che si può ad essa attribuire relativamente al possesso esclusivo o alla sua limitazione. . Sempre più numerosi sono infatti gli artisti di strada telematica, che propongono su internet, attraverso i più svariati canali, le loro opere. Il più delle volte esse vengono offerte gratuitamente al pubblico perché “scaricabili” direttamente dal computer. Nelle scenografie di programmi televisivi, di opere cinematografiche, di spettacoli dal vivo, sono sempre più presenti gli scenari digitali. C’è da chiedersi se le opere di grafica realizzate al computer, e quindi indefinitamente replicabili con una semplice operazione di duplicazione del file, abbiano un valore proprio in relazione al loro essere espandibili in tutta la rete telematica che non invece in quello di essere scarsamente disponibili in numero di copie… Per esse è quindi impossibile utilizzare criteri di valutazione simili a quelli delle opere tradizionali di tipo materico-visivo.

Possiamo quindi solamente ipotizzare che il valore dell’opera priva di fisicità, stia tutto nella forza attrattiva dell’immagine, nel potenziale esprimibile e nel messaggio, esplicito o subliminale che sia, e che il fatto di essere riproducibile e di raggiungere un numero elevatissimo di soggetti attraverso la sua trasmissibilità, ne possa amplificare il valore, invece che ridurlo.

Sono stati espressi dei giudizi che mirano a stroncare una parte della produzione grafica diffusa su internet, giudicandola priva di valore artistico. Tentare oggi di dare dei giudizi di qualsiasi tipo alle singole opere prodotte all’interno di questo fenomeno è invece un errore.

A chi non è capitato di vedere una di quelle immagini composte da innumerevoli fotografie che, accostate fra loro e usate come punti di colore, concorrono a formare il soggetto rappresentato dall’immagine complessiva? Ecco, adesso è come se nei riguardi del fenomeno dell’arte digitale in rete, noi ci trovassimo in una posizione di osservazione troppo vicina che non ci consente di vedere il disegno complessivo ma soltanto le singole immagini che contribuiscono a comporlo, e tentiamo di dare un giudizio ad ognuna di esse, senza tenere conto che in realtà il loro valore sta nell’insieme e non nel particolare.

Paola Campanella



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