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Eventi

Speciale Unità d'Italia

camica rossaGaribaldi fu il capo ideale della guerra di popolo, il condottiero capace di trascinare e guidare sui campi di battaglia i singoli cittadini, di infiammarli e soggiogarli a pro della causa nazionale, con un disinteresse personale nativo, ingenuamente eroico. Egli incarnò lo spirito nazionale-popolare italiano anelante all'indipendenza, alla libertà, alla giustizia, in tutta la sua forza primitiva…”. Così scrive Luigi Salvatorelli in “Pensiero e azione del Risorgimento”, edito nel 1943 da Einaudi, sintetizzando efficacemente le principali caratteristiche dell'”eroe dei due mondi”, che oggi, a 150 anni dalla sua audace impresa, vogliamo ricordare.
La figura di Giuseppe Garibaldi, certamente centrale per comprendere gli avvenimenti storici che portarono all'unità d'Italia, può essere ricordata anche attraverso l'analisi di tutto quel vastissimo repertorio di immagini che hanno riguardato le azioni da lui condotte. Attraverso la variegata produzione artistica dell'epoca, è possibile infatti procedere ad una lettura degli eventi che, più di altri, si fissarono nella memoria collettiva, proprio perché ritenuti fondamentali nel contesto della vicenda complessiva.
Naturalmente l'episodio maggiormente citato è sempre quello dei Mille, che viene spesso celebrato in molti dipinti del tempo, proprio per il grande valore che già allora si ritenne corretto attribuire all'impresa. I “Mille” erano in realtà 1089, di varia provenienza ed età. Salparono da Quarto, presso Genova, nel Maggio del 1860, con due navi, e giunsero a Marsala, in Sicilia, per portare a compimento quell'impresa che condusse all'Unità d'Italia.
La storica partenza da Quarto è stata più volte riprodotta in pittura, come pure l'arrivo a Marsala. Tuttavia occorre precisare che, oltre ai dipinti celebrativi delle grandi imprese di Garibaldi, ve ne sono altri che propongono un eroe dal volto umano, impegnato ad esempio a trasportare la moglie morente, o addirittura al capezzale di Anita, nel momento drammatico della sua morte.
Altre opere ripropongono aspetti anche curiosi, come quello presentato in un piccolo dipinto esposto al museo del Risorgimento di Palermo, che mostra una fanciulla dedita ad adorare a mani giunte un ritratto di Garibaldi appeso ad una parete, a cui un'altra donna, forse la madre, ha acceso addirittura un lumino.
 Il filone di opere di carattere popolare non può ritenersi quindi meno significativo di quelle opere a cui spesso ricorriamo per associare arte e risorgimento. Tuttavia non si può certamente non fare cenno ad artisti che dedicarono significative opere alle tematiche del Risorgimento e che furono senza dubbio artisti importanti come Hayez o Fattori. Di Fattori è opportuno citare il dipinto esposto a Palazzo Pitti a Firenze, dal titolo “Dopo la battaglia di Magenta” del 1861. Di Hayez invece, oltre al noto dipinto “Il bacio” che metaforicamente ritrae l'addio del patriota all'amata, è altresì importante il dipinto “La meditazione” del 1850, esposto alla civica galleria di Verona. È qui esplicito il riferimento all'Italia, rappresentata da una donna, e alle cinque giornate di Milano. Questa donna, sconfitta ma non arresa, con lo sguardo fisso all'osservatore ed in mano un libro ed una croce, è diventata il simbolo dei fermenti rivoluzionari del '48 e '49 in Italia.
Altri artisti, pur essendo meno famosi, hanno comunque legato il proprio nome proprio a Garibaldi tanto da essere considerati degli artisti esclusivamente dediti alla riproduzione delle imprese del grande condottiero. In tal senso è certamente opportuno citare Gerolamo Induno, pittore e soldato a fianco di Garibaldi, le cui opere è possibile osservare al Museo del Risorgimento di Milano. Tra le varie opere spiccano quelle dal titolo “La battaglia di Magenta” e “Garibaldi sulle alture di Sant'Angelo nei pressi di Capua” del 1861. Queste ed altre tele del pittore patriota, fanno comprendere come Induno fu un interprete delle storie da lui descritte. La sua personale partecipazione alle storie narrate in molti casi ha condotto ad una compenetrazione delle tematiche che non sarebbe stata probabilmente possibile se non le avesse a volte vissute in prima persona.
 Le immagini che hanno concorso ad alimentare l'amor di patria, e hanno contribuito a generare il mito che ancora oggi avvolge i personaggi eroici del Risorgimento, in realtà non furono tutte riferibili ad una produzione artistica di carattere aulico. Si trattò infatti in molti casi di litografie, disegni, stampe e riproduzioni grafiche di vario tipo, e non mancarono certamente neanche le fotografie, visto il successo che il mezzo fotografico stava conoscendo nella metà dell''800.
È innegabile che la pittura ebbe un ruolo nell'ambito dell'affermazione dei personaggi che condussero allo sviluppo del concetto di Italia unita, come del resto l'ebbe la fotografia, prodotta nell'ambito della cultura risorgimentale, da fotografi noti e poco noti, che seppero infondere negli osservatori il fervore patriottico, quel sentimento che spinse molti a sacrificare la propria vita per il perseguimento di un ideale.
L'Album dei Mille, realizzato da A. Pavia e di recente accuratamente restaurato, è sicuramente importante per comprendere come la potenza espressiva della fotografia sia stata utilizzata per suscitare sentimenti patriottici e non come semplice mezzo di documentazione. L'Album che si può vedere presso il Museo del Risorgimento di Roma, contiene le foto di tutti quegli uomini che seguirono Garibaldi. Spiccano tra i volti anonimi i volti noti di Bixio e di Crispi e della moglie, Rosalie Montmasson.
In questo ripercorrere il ruolo dell'immagine nella costruzione di un ideale di Patria, non possiamo di certo trascurare il valore che ancora oggi posseggono alcune testimonianze architettoniche o le strutture urbane. Queste ultime infatti conservano ancora, in molte città, evidenti tracce degli avvenimenti connessi alla nascita dell'Italia unita. E non si tratta solamente delle zone interessate da memorabili ingressi, o battaglie, (spesso menzionate dalle targhe commemorative), ma anche di luoghi che recano ancora testimonianze materiali di episodi minori, o che presentano edifici all'interno dei quali è accaduto qualcosa anche di poco noto, ma che a vario titolo hanno concorso alla determinazione della storia.
A tal proposito si può parlare ad esempio della “buca della salvezza”, che ancora oggi è possibile rintracciare in una via del centro storico di Palermo. Tradizione vuole che gli insorti F. Patti e G. Bivona, che per sfuggire alla repressione borbonica si erano nascosti nella cripta della chiesa della Gancia, vennero aiutati da alcuni cittadini che simularono uno scontro tra carri per consentire loro di introdursi in mezzo al fieno e nascondersi , evitando di essere scoperti dai soldati dei Borboni, che li stavano cercando. La buca scavata nel muro da cui vennero fuori i due uomini reca ancora oggi per questo il nome di buca della salvezza. Questa permanenza ci consente di ricordare gli avvenimenti del 4 Aprile del 1860 a Palermo. Pur essendo tale permanenza storica legata ad un singolo episodio, essa ci riporta in maniera diretta ai grandi avvenimenti che poi seguirono alla rivolta della Gancia.
La rivolta prese le mosse dall'iniziativa di un circoscritto gruppo di uomini capeggiati da Francesco Riso, che era sostenuto da un comitato di aristocratici palermitani. Tale gruppo si riuniva in un magazzino preso in affitto per tenere le armi proprio presso i locali del convento della Gancia, da cui il nome della rivolta. Al Museo del Risorgimento di Palermo sono conservate molte stampe e litografie che testimoniano quanto l'avvenimento abbia rivestito particolare importanza per lo sviluppo delle azioni successive. Altro riferimento alla storica rivolta è nella toponomastica locale. Piazza “tredici vittime” si riferisce infatti ai rivoltosi fucilati il 14 Aprile, dai soldati borbonici.
Anche le vicissitudini singolari subite da una scultura possono darci un'idea delle situazioni che si vennero a creare in seguito alla cacciata dei Borboni dalla città di Palermo. Si legge infatti in “La città passeggiata “ di R. La Duca:” “non appena Garibaldi fece il suo ingresso a Palermo, il popolo festante non solo rimontò la fontana, ma vi ricollocò anche la statua del vecchio Palermo sul suo roccioso piedistallo”. A quale statua si riferisce il La Duca, è presto detto. Si tratta del Genio di Palermo, elemento scultoreo simbolo della città, da cui la stessa traeva protezione e autorevolezza. Nel 1848 detta statua, facente parte della fontana della piazza della Fieravecchia, era stata spostata dal governo borbonico perché ritenuta un simbolo capace di incoraggiare i rivoltosi. Dopo l'ingresso a Palermo di Garibaldi fu possibile, ricollocare la statua nel luogo originario. Molti cittadini accorsero quasi a voler onorare quel vecchio re, il Genio, il cui ritorno simboleggiava per loro un ritrovare un'epoca di pace e prosperità.
Questi episodi confermano quanto sia ancora possibile percepire concretamente nelle permanenze iconografiche delle nostre città, pezzi di storia, che si legano ad un agire diretto di chi le nostre città abitava all'epoca dei fatti. Questo concorre nel farci sentire più vicini a quegli eventi, come se in fondo non fossero poi così lontani, come se fossero davvero ancora condivisibili.

Paola Campanella