Nel concludere questa seconda parte, è opportuno rendere merito ad uno degli strumenti di maggiore utilità per l'interpretazione non solo visiva del paesaggio: la fotografia. La fotografia di un paesaggio, non è importante solo perché restituisce l'immagine di un paesaggio dandoci così modo di riflettere sulle sue componenti visive, ma perché all'interno del significato di quel determinato paesaggio, è compreso anche chi lo ha fotografato. Il modo in cui si rappresenta un paesaggio attraverso la fotografia, infatti, è figlio dello stesso principio che oggi ci fa dire che il paesaggio non è solo una veduta, ma è anche e soprattutto espressione di una storia, di una popolazione, di una cultura cosciente di tutti quei fattori di tipo evocativo che spingono un uomo a volerlo fotografare.
"Il territorio - sostiene E. Turri- ha una sua vita oggettiva, indifferente ad ogni nostro sguardo, ma assume per noi un significato nuovo e diventa paesaggio nel momento stesso in cui ci soffermiamo a guardarlo o a fotografarlo, con ciò riportandolo nel grembo della cultura, delle sue conoscenze, delle sue rappresentazioni".
La foto rivela, gli aspetti che una osservazione distratta non riesce a cogliere. Essa fissa il punto di vista dell'osservatore con immediatezza e precisione. E' forma artistica e documentaria di una realtà filtrata dalla cultura (intesa anche come bagaglio di cultura visiva di chi realizza l'immagine). Presuppone sì, l'elemento di scelta di chi realizza l'immagine fotografica, ma anche è soggetta alla interpretazione soggettiva di chi legge. Entrano così in gioco diversi livelli di percezione: quello di chi materialmente esegue la foto, e quelle di chi vede la foto e la percepisce a suo modo. “Un fotografo – come sostiene inoltre E. Turri- esprime le tensioni culturali, il gusto, il senso sociale politico, il senso della vita del proprio tempo, anche se inconsapevolmente. Come dire che la società si serva del fotografo per autoriflettersi.” Lo sguardo del fotografo esprime quindi anche ciò che la società, e non solo il singolo, vede. Il valore delle immagini fotografiche sta anche nel riflettere il mutamento della visione generale della vita della società, in una determinata epoca. Per questo motivo si ritiene utile fare una parentesi su alcuni episodi che hanno visto la fotografia farsi interprete dei paesaggi.
Risale al 1850 la “Mission Heliographique”, voluta dalla Commissione Francese dei Monumenti storici, della Administration des Beaux Arts, per attuare una catalogazione delle bellezze monumentali della Francia. In quel periodo, anche organismi americani come il “Bureau of Topographical Engineers” o il “Geological Exploration of the Fourtieth parallel” commissionarono a fotografi come Russell, Jackson o Watkins una serie di immagini sul paesaggio naturale dell'Ovest. Tra le esperienze che fecero scuola si pone quella che venne commissionata dalla Farm Security Administration nel 1935, che si riferì non solo alle bellezze del paesaggio, ma anche ad aspetti critici dello stesso come la siccità, la crisi delle aree agricole, le cattive condizioni abitative di certi centri rurali.
Oltre a queste campagne relative a grandi progetti, si deve ricordare l'opera individuale, ma non per questo di minore portata, di Atget a Parigi. Atget, propose una serie interminabile di immagini che ritraevano la sua Parigi e il paesaggio naturale circostante la città.
In Italia non possiamo non citare l'opera svolta con sistematica compiutezza dagli Alinari, professionalmente nati nel 1852. Infine, per il valore documentario legato anche ad un periodo storico in cui la fotografia divenne strumento di propaganda politica, citiamo l'opera dell'Istituto Luce, fondato nel 1922 e utilizzato per le campagne propagandistiche a scopo politico dal 1933.


